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Il bacio del ciliegio in fiore
di Luisio Luciano Badolisani
Oggi la strada che porta al borgo è asfaltata, anche se qualche buca qua e là fa arrabbiare il tassista e sorridere Vittoria, che ad ogni sobbalzo scivola di qualche centimetro sul sedile posteriore di un'Opel Astra che macina chilometri da una quindicina d'anni. Il proprietario è l'unico benzinaio, meccanico del paese che ha la licenza di noleggio. Tutti e tre i mestieri fanno appena uno stipendio medio di un impiegato. Vittoria salendo in auto ha tentato di allacciarsi la cintura di sicurezza, ma l'autista l'ha informata che non funziona, "…in zona non ci sono problemi", i carabinieri della stazione locale sono suoi amici e anche l'unico vigile messo in servizio è un suo parente. Qui, le multe le fanno solo agli stranieri che guidano, ha detto, marcando bene queste ultime parole.
Pur ammirando un paesaggio diverso da come l'aveva lasciato, l'Italia, pensa, in certe cose non cambierà mai, a New York come in qualsiasi parte del mondo gli italiani emigrati come lei hanno creduto di portarsi dietro un pezzetto di italianità, ma sorridendo alla faciloneria e all'ingegno di arrangiassi dell'uomo che la sta portando nella frazione più piccola e lontana del paese, si rende conto che non sarebbe più capace di appartenere al suo mondo.
Arrivati davanti un gruppo di sei case, su uno spiazzo inghiaiato, il tassista con un'eccessiva galanteria l'aiuta a scendere dall'auto. Un leggero giramento di testa la costringe a sorreggersi al braccio dell'uomo, si sente goffa, ma ritrovarsi in quel luogo dove è nata dopo più di sessant'anni, le sembra di essere Neil Armstrong quando appoggiò il primo piede sulla luna. L'uomo vorrebbe attenderla in auto, ma lei lo invita a tornarsene al distributore, quando avrà finito lo chiamerà con il cellulare. Ripartendo un po’ bruscamente l'auto alza un velo di polvere che accerchia la figura solitaria della donna rivolta verso le case, il tassista guardandola dalla specchietto retrovisore sorride pensando alla stranezza di questa americana trapiantata, così poco italiana per essere nata nello stesso luogo dove è nato lui.
Le case del borgo sono state tutte restaurate, i progettisti hanno mantenuto la struttura dei vecchi cascinali, compresi i coppi, i mattoni pieni a vista, l'architettura dei fienili, i cortili di pietra e ghiaia, i serramenti rigorosamente in legno, quelli sostituiti perché irrecuperabili sono stati realizzati com'erano. Gerani ai balconi e alle finestre, aiuole ben disegnate e contornate di tagli di piccoli pezzi di pietra di Luserna, ruote di vecchi carri, tavoli, sedie, dondoli, barbecue sparsi ovunque nei giardini fanno pensare che quelle non sono più le dimore dei contadini di un tempo, ma delle nuove famiglie cittadine, che scontano quella tranquillità rupestre con centinaia di chilometri in auto alla settimana per raggiungere i luoghi di lavoro.
Sono le due di pomeriggio di un lunedì di aprile, l'abbaiare di cani di razza di grossa taglia mentre lei si avvicina per il sentiero inghiaiato che porta alla prima casa, le fa venire un senso di delusione ancora maggiore rispetto al cambiamento delle case, che si ricordava molto diverse. Forse era meglio fare aspettare il tassista, adesso avrebbe potuto risalire in macchina, chiudere gli occhi e non pensarci più.
Giunta davanti al cancello di ferro battuto, alza gli occhiali da sole e avvicina il naso ai citofoni, legge: Avvocati Tommasi Riccardo - Deideri Rosa. Alza lo sguardo oltre il cancello e dà un occhiata attorno nonostante i due cani leoncini chow chow continuano a riversarle addosso la loro foga, frustrati per non riuscire nonostante i latrati rumorosi e rabbiosi ad allontanare l'intrusa. Eppure questa era la sua casa! Cerca qualcosa che l'aiuti a ricordare, gli avvocati si sono affidati a un buon architetto, si vede dalle rifiniture, dai colori, da tutto quello che è riuscito a recuperare e mantenere del vecchio. Il pozzo, si il pozzo! C'è, se lo ricorda, il pozzo di pietra che si trovava davanti al fienile, eccolo ancora lì! Scuote le braccia a pugni chiusi in segno di vittoria, come quando sua nipote riesce a infilare nel canestro quella benedetta palla che rimbalza dalle mani da una all'altra giocatrice di basket. Ma leggermente senza volerlo quell'entusiasmo le scivola via come quando ci si libera da un bisogno corporale. Un viaggio rinviato per tutta una vita per ritrovarsi qui vecchia e sola davanti un pozzo a cui non può nemmeno avvicinarsi! Si allontana dal cancello di entrata con lo sguardo vigile dei cani, che continuano ad abbaiare con poca convinzione, hanno capito che non ce l'ha fanno a spaventarla, tanto vale controllare i suoi movimenti senza troppo affaticamento. Si sposta lungo un sentiero che porta nel retro della casa che dà su per una collina, dove ci sono alcuni alberi di frutta e alti pioppi, si avvicina con lo sguardo di chi non cerca, tanto ad accoglierla ci si sono state le sue aspettative tradite, a che serve frustrasi ancora con altri illusioni ? Lì di lei non è rimasto più nulla !
La fioritura bianca di un ciliegio attrae la sua attenzione, gli si avvicina. Con le mani tasta il grosso tronco, trova un piacevole ristoro all'ombra dei lunghi rami che si aprono a raggiera sotto quella smisurata spinta di rinascita, che è rappresentata ogni anno in questa stagione dalla fioritura. I frutti non mancano mai all'appuntamento con la vita!
Le sue mani trovano un incisione nella corteccia - Vittoria ama Giulio ! -. Forse prima si era sbagliata…qualcuno la stava aspettando. Di Giulio ricorda i sorrisi: quando rideva la sua bocca si apriva su un volto zeppo di efelidi, come una finestra alla luce rossa dell'alba di primavera. Nei suoi occhi rotondi, dalla pupille dilatate di un colore azzurro come doveva essere quello del mare, che loro di là non avevano mai visto, spesso naviga in immaginazioni che la proiettavano molto più il là negli anni. Si vedeva donna solo con lui accanto. Si divertiva a farlo arrabbiare spettinandogli il folto caschetto di capelli oro.
Lasciandosi accarezzare le labbra dai fiori bianchi, inspira il profumo del frutto di cui andavano ghiotti lei e Giulio e sorride. Una volta per scommessa fecero a gara a chi mangiava più ciliegie in meno tempo, ma un improvviso mal di pancia li costrinse a una ritirata strategica ognuno verso le proprie case.
Erano figli di due famiglie contadine che abitavano in due cascine attigue in quello stesso borgo. I due ragazzi coetanei e figli unici, entrambe le loro madri avevano dei problemi a portare a termine le gravidanze e dopo diversi aborti sono nati loro con somma benedizione e gratitudine. Le due famiglie si aiutavano molto e l'arrivo di quei due figli di pochi mesi di differenza strinse maggiormente il loro legame e il loro destino. I genitori lo davano come un atto dovuto alla divina provvidenza fare in modo che quei due figli si affezionassero l'uno all'altra. Per questo decisero di piantare il ciliegio sulla linea di confine delle loro proprietà come segno di unione e di parentela. Quell'albero rappresentava un futuro di prosperità, per questo quando i ragazzini incominciarono a trovarsi e giocare attorno al suo esile tronco, entrambe le famiglie credevano che si stesse compiendo una sorta di volere divino. I ragazzi di tutto questo erano ignari e anzi vivevano i loro giochi con imbarazzo e qualche volta con la preoccupazione di essere visti. Così, quando Giulio scrisse con un coltellino i loro nomi con il cuore in mezzo, lei che aveva visto un giorno per caso i suoi genitori baciarsi direttamente sulla bocca, volle provare se con quel gesto sarebbe riuscita a comunicargli il bene che gli voleva. Guardandosi furtivamente attorno, sapendo che stava per fare qualcosa che ai bambini era proibito fare, afferrò per i capelli l'amico e portò con forza il volto lentigginoso di lui contro il suo. Le loro labbra s'incontrarono senza aprirsi, rimanendo attaccati l'uno all'altra per alcuni istanti, che a Giulio sembravano eterni. Il contatto umido e caldo delle labbra li paralizzò mentre le fronde del ciliegio in fiore scuotendo allontanavano ogni paura.
Loro crescevano avvicinandosi ai primi tumulti amorosi preadolescenziali quando il mondo era impazzito dentro una guerra che stava insanguinando ogni zolla di terra, sempre più vicina alla loro vita. Il padre di Vittoria fu chiamato alle armi, in un alba fredda di inverno diede il bacio di addio alla sua amata figliola, che per non piangere fece finta di dormire, ma mentre i passi dell'uomo si allontanavano i singhiozzi della madre soffocarono un pianto che l'avrebbe resa triste e introversa per lungo tempo. Il papà di Giulio si salvò solo perché una brutta caduta da piccolo gli aveva accorciato di poco una gamba.
Rientrando alla sera in pensione trova lasciata da qualcuno sotto la porta della sua camera una vecchia busta gialla di carta da lettera. La raccoglie guardandosi attorno, vorrebbe sapere chi l'ha lasciata e quindi chiedere informazioni in portineria, ma si rende conto che tanto sarebbe inutile, evidentemente chi l'ha portata avrà fatto di tutto per non farsi accorgere. Con la tenue luce della sera che filtra dalle imposte, seduta sul letto prendendo i grandi occhiali che le servono per leggere, l'apre con le mani tremanti. Quando sfila il foglio riconosce immediatamente la calligrafia molto elementare di Giulio, in alto la data le dice che deve averla scritta circa un mese prima di morire. Le lacrime degli occhi le impediscono di leggere.
Il giorno dopo prima di farsi portare in aeroporto chiede al tassista di fermare la sua vecchia Opel davanti al piccolo cimitero del paese. Non ci mette molto risalendo per il viale inghiaiato centrale tra due campi di inumazioni, trovare la tomba di Giulio Aricetti. La foto ritrae un uomo appesantito negli anni, con una folta chiama di capelli bianchi e gli occhi ancora più chiari di come se li ricordava. Posa sulla pietra sopra le scritte alcuni rametti con i fiori del loro ciliegio e senza più voltarsi si dirige verso il taxi.
"…spero tanto Vittoria che se un giorno tornerai in Italia, che il nostro ciliegio sia ancora lì, dove per tutta la mia vita lo difeso e curato, perché tu possa anche solo per qualche istante riavermi come quel giorno che mi tirasti con forza a te per i capelli, per un bacio che io non ho voluto e saputo tradire." .
La macchina corre verso la città mentre la sua mente rimane ferma a quei luoghi e alle parole che Giulio le ha scritto sapendo che un giorno o l'altro sarebbe tornata a fare i conti con il suo passato. Rivede la faccia piena di pianto di Giulio quando sotto il ciliegio lei gli comunicò che la madre, rimasta vedova, aveva deciso di raggiungere in America dei suoi cugini per rifarsi una vita. Lì ormai per loro non c'era futuro. Si abbracciarono per lungo tempo sotto l'albero spoglio di un inverno che per la prima volta Giulio avrebbe passato solo. Nonostante le promesse di tenersi in contatto, scrivendosi ogni mese, l'adolescenza negli Stati Uniti la portò a fare nuove e importanti amicizie che sempre più l'ha allontanarono da quel piccolo angolo di terra e da quel ragazzo, che continuò a scriverle per molto tempo ancora nonostante che lei non gli rispondesse più. Lo fece fino a quando le lettere tornavano al mittente per destinatario sconosciuto.
Mentre è in attesa di imbarcarsi per il primo volo per New York le viene la bizzarra idea di tornare al borgo, comprare quel ciliegio per trapiantarlo in America nel giardino della sua villa. E' ferma su queste riflessioni quando le suona il cellulare. - Pronto nonna, dove sei? - - Ciao mia piccola Mary…la nonna sta per tornare a casa! - - Meno male, non vedevo l'ora…- . Non fa in tempo a salutarla che la comunicazione s'interrompe perché la batteria del telefonino si scarica totalmente. Sorride pensando a quanto sia difficile a volte comunicare con questi aggeggi. Prende la sua borsetta per avviarsi all'imbarco, quando si sente chiamare. Un po’ sorpresa non capendo chi può conoscerla si volta, si toglie gli occhiali scuri che porta quasi sempre, ma non vede nessuno che sia interessato a lei, sta per riprendere a dirigersi verso la pista di volo, quando una luce tra un gruppo di persone la incuriosisce, si volta di nuovo. Sono solo istanti, ma a fatica riesce a riprendersi dalla vista di qualcuno molto somigliante a Giulio, così come l'ha visto nella foto al cimitero, che la saluta sorridendo con un cappello in mano.
OLA' L'ORSETTO AZZURRO
di Luisio Luciano Badolisani
Sono Olà, un ex orsetto di peluche. Sono stato costruito con mano amorevole da un artigiano: mi cucì addosso un peluche di color azzurro. "Ti voglio azzurro come il cielo." diceva mentre mi faceva. "Sarai un orsetto originale e tutti ti vorranno.". Come si sbagliava, poveretto. A causa di quel colore, che mi rendeva diverso, ho sofferto molto.
Il mio costruttore ha dovuto insistere per convincere il suo amico giocattolaio a prendersi cura di me, affinché anch'io trovassi un bimbo con il quale giocare. L'incontro con i giochi in vendita fu un vero disastro.
Il buon giocattolaio mi collocò tra gli animaletti di peluche, provocando la rivolta inaspettata di tutti gli orsetti, coniglietti, cagnolini, topolini, gattini, scimmiette, leoncini, tigrotti. Persino i delfini si scagliarono contro di me, nonostante avessimo il peluche dello stesso colore. Ci fu una vera sommossa. Alla fine il negoziante si arrese e mi portò via da quel reparto mettendomi in mezzo alle bambole. Ce n'erano di tutti i tipi e tutte meravigliose. Figuratevi il disagio e l'imbarazzo che provavo a trovarmi in mezzo a loro. Ero ignorato.
Le bimbe mi guardavano con distacco. Mi facevano sentire uno strano essere. Non riuscivo a trovare una collocazione. Chi ero, da dove venivo e dove stavo andando a finire? Domande senza risposte che mi ponevo sgranando gli occhi nel vedere quante richieste avevano invece le bambole. Erano vendute con facilità, mentre per me non c'erano compratori. I commenti erano sempre gli stessi "Un orsetto azzurro, che strano! E' diverso, non è bello.".
Con il tempo, l'azzurro del mio folto peluche perdeva peli e si riempiva di un sottile strato di polvere. Un brutto giorno, senza preavviso, il commerciante mi prese per le orecchie e mi gettò tra le cose invendibili nel retro del negozio. In una scatola buia incontrai altri disgraziati come me, rimasti senza una famiglia. Una trottola simpatica che non aveva perso ancora la voglia di scherzare disse "Benvenuto tra i giochi di nessuno.".
Dopo un po’ di tempo, noi giocattoli di nessuno, ci trovammo dispersi su un grande banco di beneficenza insieme a tazzine, bicchieri, vecchie tovaglie, libri, penne e altra cianfrusaglia. Mi appiccicarono addosso un numero: per la prima volta capivo che cosa volesse dire essere un oggetto. Mi sentivo misero e solo. La trottola non sembrava infelice: girava su se stessa, muovendosi come una ballerina al ritmo della musica che trasmettevano nel locale dove ci trovavamo.
Vedevo gli occhi della gente puntati sugli oggetti più preziosi: uno scooter, una bicicletta, ma mai uno sguardo d'interesse verso di me. Stavo facendo un sonnellino quando la mano fredda di una signora mi prese per la pancia e mi sbatté senza riguardi sul bancone, mentre il pianto di un bimbo mi fece capire che non ero gradito nemmeno se regalato. La mamma di quel bimbo mi mise controvoglia dentro una borsa insieme a insalata e formaggio. Da un occhio non coperto riuscì a vedere per l'ultima volta la trottola che non girava più, mentre mi guardava andare via.
Che brutta cosa, sapete, essere ospiti non graditi! Il bimbo diceva che ero troppo brutto perché un orsetto azzurro non era possibile. La madre non gli dava ascolto e mi lasciarono sul pavimento in un angolo per giorni, dimenticato, tra tanti altri giocattoli ammucchiati. Pensai "quanti giochi per un bimbo solo".
Il padre, che faceva il barbiere, mi prese e disse "Ma se questo orsetto non ti piace perché ha il peluche azzurro, basta toglierlo.", e con le forbici che aveva nel taschino del grembiule mi fece un'operazione chirurgica all'istante, sopra il tavolo in cucina. Taglia e scuci, mi tolse completamente il peluche. Ero una spugna con la forma di orsetto. "Ecco fatto, ora non ha più quell'azzurro orribile.", disse l'uomo passandomi al figlio, il quale mi prese in mano e guardò il padre con aria scocciata. Per la prima volta nella mia vita provai la sensazione piacevole di volare: mi gettò via. Volai per tutta la stanza mentre lui piagnucolava dicendo "E' brutto lo stesso!". Feci un atterraggio di fortuna su un piatto di ricotta. Un'altra sensazione nuova, il cibo, fino ad ora mai conosciuto. Ma non bastarono questi fatti sensazionali a farmi dimenticare che sarei stato sempre e comunque diverso.
Che strilli fece quel bimbo! Tutti erano agitati: il papà ancora con le forbici in mano salterellava per la casa imprecando, perché la moglie non avrebbe dovuto prendere "quella orribile cosa", proprio così mi chiamò. Lei non lo ascoltava, accarezzava il suo cucciolo viziandolo di troppo amore.
"Via, via! ", disse il barbiere e tenendomi per un orecchio mi gettò direttamente nel sacchetto dell'immondizia. Quando mi trovai tra i rifiuti fui invaso da piacevoli odori, senza riuscire a capire: che cos'era della roba appiccicosa che mi si incollava addosso? Non posso dirvelo, perché io non conosco né quello che produce né quello che scarta il genere umano. Che schifo, ragazzi! Essere un oggetto e per di più diverso vuol dire non contare nulla.
Mi trovai così nel sacchetto pieno di rifiuti che la signora gettò poi nel primo cassonetto. La mia fortuna è che lei non lo chiuse e la mia testolina, che proprio piccola non è, usciva fuori. Questo mi permise di cadere. Quando la signora alzò il sacchetto per gettarlo, caddi di schiena sul marciapiede. La mamma di quel bimbo capriccioso non si curò di me e mi lasciò a terra macchiato e sporco, misero orsetto di spugna senza più peluche.
Le giornate di sole regalano gioia alla vita, e la mia, senza nessuna gioia, ma che non voleva rassegnarsi a finire in quel modo, non si poteva ancora spegnere. Questo pensavo, quando mi colpì la luce del sole, ma dopo qualche istante mi coprì l'ombra di un bambino, che mi afferrò e mi portò vicino ai suoi occhi, grandi e rotondi, molto teneri e curiosi. Le sue mani tentarono di pulirmi un po'. Aveva un nasino schiacciato, capelli riccioli, delle labbra carnose e grandi che, quando le apriva, scoprivano una dentatura robusta e bianca. Mi baciò con quella bocca. Ragazzi! Sapete cosa vuole dire un bacio? Voi certo si, è da quando siete piccoli che siete baciati da chi vuol bene. Io fino ad allora non lo ero mai stato. Ho sentito l'assalto delle formiche, dentro, si, un sacco di formiche che mi fecero muovere tutta la pelle e mi diedero un fremito di felicità. Un bacio è qualcosa di più di una carezza, di un abbraccio: un bacio sigla un'alleanza, un bene profondo. Forse avevo trovato un essere umano, che mi poteva amare anche in quelle condizioni, addirittura senza peluche, vi rendete conto, altro che azzurro!
Quel bambino sporco, con poveri abiti, mi strinse a sé e si incamminò. Stretto al suo braccio notai una cosa strana: la sua pelle era nera, quella dell'altra gente bianca. Allora pensai, "anche tra gli umani c'è chi ha la pelle diversa: non sono tutti uguali".
Ho scoperto con il tempo che il mio tenero amico è un ragazzo senza famiglia, una casa, che vive di elemosina; non ha nulla se non il suo corpo che usa per muoversi di continuo, senza sosta in cerca di un gesto di amicizia, un gesto affettuoso di qualcuno che lo raccolga come egli non ha esitato a fare con me, salvandomi. Mi diede un nome, Olà, e con il nome una dignità: vorrei che qualcuno ora facesse altrettanto con lui. Non ha altri all'infuori di me.
Il sole,
l'avvocato e il suo cavallo
di Luisio Luciano Badolisani
Alfonso, tutte le mattine prima di chiudersi nell'automobile che lo porta in città, dove ha l'ufficio, si concede in piena solitudine delle cavalcate nella brina del sottobosco, che si estende attorno alla casa, in groppa al cavallo andaluso dal mantello baio, dalla corporatura nobile e simmetrica, costatogli un occhio della testa, ma a cui ha voluto dare il nome curioso e goffo di Botolo. Sono questi gli unici momenti nei quali può distrarsi dagli affari della vita e concedersi il piacere di ricordare.
"Alfonsino, Alfonsino!!", un’eco rimbalzava nel cielo rossastro della sera, la voce della madre, preoccupata come sempre, lo chiamava a rientrare. Quel cielo…- Quel cielo, non ho mai più visto quel cielo, Botolo. Sembrava che un pittore impazzito, stufo di dipingere avesse gettato nell'aria i suoi colori tutti insieme.-. Si divertiva a sentire quella voce stridula e ansiosa della madre che lo chiamava. Era sua abitudine guardare in alto, perché gli piaceva credere che a chiamarlo fosse il sole, così grande anche a quell'ora, che stava per lasciare quella parte di mondo. Avrebbe trionfato per qualche ora ancora sul buio della notte. Un guerriero solitario, così se lo immaginava Alfonso, alto, vigoroso, come quelli che aveva visto raffigurati su qualche brocca antica al museo di archeologia, dove sono raccolti la gran parte dei pezzi ritrovati della vita di quei greci, che trovarono in quella terra un luogo ideale per ricostruirsi una vita. "Ricordatevi bambini che in questi luoghi ci furono gli antichi greci, fatevi onore di questa discendenza.", era solita ripetere alla classe di terza elementare, frequentata da Alfonso, la maestra Morabito, una donna di mezz'età, ormai prossima alla pensione, rigorosamente vestita in nero. Era vedova e nonostante fossero passati parecchi anni non se la sentiva di togliersi di dosso quel colore, che da quelle parti in quegli anni accompagnava di dolore per la perdita di un proprio caro. La gente del sud era così, ben arroccata nelle proprie convinzioni giuste o sbagliate, come il loro sole che avrebbe voluto essere il solo ed unico protagonista del cielo. Orgoglioso, infatti, quel sole all'ora del crepuscolo non voleva lasciare il passo alla notte, ed era chiaro agli occhi di Alfonso che avrebbe lottato fino a spezzare l'ultima lancia o spada, per non perdere la partita con la luna già in attesa di comparire.
- La gente che vive al nord, Botolo, è triste perché non conosce la faccia buona del sole. -. Alfonso è nato al sud, dove le pietre si spaccano in siccità e la gente ha le labbra arse dal vento caldo di scirocco. Il padre, che lavorava al nord, quando ripartiva in una sola valigia si portava con sé un pezzo della loro vita. Alla piccola stazione la madre gli asciugava le lacrime prima di baciarlo sulla guancia. Era un uomo sotto ai trenta, ma agli occhi di Alfonso era vecchio, troppo distante dalla sua tenera infanzia. Quel treno se lo portava via ad ogni inizio di primavera e lo avrebbe riportato per le feste di Natale. Ritornando a casa la polvere che la corriera alzava sulle strade non asfaltate cancellava il paesaggio desolato di una terra asciutta e l'immagine del padre, un estraneo a cui sentiva di appartenere e voler bene.
- Botolo, un giorno ti porterò al mare, a quello vero, di casa mia.- sussurra al cavallo, paziente, silenzioso e amabile uditore. Un mare che nella sua infanzia non ha potuto conoscere. "Quando tornerà tuo padre ti porterà.", era solita dirgli la madre per calmarlo. Le donne al sud erano così, con i mariti lontani non se la sentivano di farsi vedere in spiaggia a prendersi in faccia il sole bagnato dall'acqua salata. In questo modo la loro giovinezza e l'infanzia dei figli si consumava all'ombra dei cortili e dei vicoli, in compagnia di materne comari.
All'epoca in cui Alfonso era bambino le donne del sud sotto ai trent'anni erano belle, anche se dimostravano un'età indefinita, con mani sbucciate e qualche ruga segnata di troppo. Vivevano per i figli, che quei mariti emigranti le avevano affidato. La famiglia era in loro.
- Peccato che non hai conosciuto mia madre, una donna che piangeva sempre per tutto, anche quando era felice. - dice al cavallo quando un debole squarcio di luce s'infiltra nel sottobosco, tra l'umidità e la nebbia settentrionali della cavalcata mattutina. Spesso la sorprendeva in camera da letto che baciava la fotografia di suo marito. Attraverso lo specchio del comò vedeva il suo pianto silenzioso. Lui era adirato con quell'uomo che faceva star male la sua mamma. Solo molto più tardi poté capire l'amore che li legava e il significato di quella lontananza.
Oggi Alfonso è un uomo di cinquant'anni, fa l'avvocato è vive al nord, possiede una villa appena fuori città, è sposato da cinque anni con una graziosa donna settentrionale di quarant'anni, che fa il magistrato, hanno una figlia. Si sono conosciuti in un'aula di tribunale nel corso di un processo durato anni, una causa di separazione. Le faccende di cuore tra gli adulti si discutono così, maneggiando pratiche in sede di giudizio davanti a una corte di persone togate, insultandosi e rinfacciandosi un amore che avrebbe dovuto essere eterno, unico, meraviglioso.
Gli adulti spesso hanno la capacità di non intendersi sulle cose, di distruggere più che costruire, ma hanno una grande ricchezza: i ricordi. I ricordi non sono stanze con porte e finestre che si possono separare, chiudere, isolare. I ricordi si vaporizzano nella memoria, diventano particelle più leggere dell'aria, si gonfiano come tanti palloncini colorati che adornano la vita per festeggiarla. Nella memoria di un adulto c'è sempre una festa per gli occhi e il cuore, ci può essere tenerezza anche nei rancori.
Lo strepito delle foglie morte di autunno spostate dagli zoccoli duri del cavallo, segnano il passaggio della cavalcata mattutina dell'avvocato, che tiene il ritmo del trotto all'inglese, schiena dritta e gambe bene agganciate alle staffe. Mentre una città al risveglio sbuffava al cielo lo starnuto del fumo grigio dello smog. Tra le auto incolonnate sulla tangenziale che accerchia la metropoli industriale del nord, Annalisa, la moglie di Alfonso, guidando tenta di chiamarlo al cellulare, inutilmente. - Figurati, lui e il suo maledetto cavallo! -. Dietro siede Elisa, la loro bimba di quattro anni che le sorride. - E' tardi...che ridi tu ! Guarda, tuo papà…è proprio una testa di meridionale! -.
Alfonso non porta mai con sé il cellulare e l'orologio quando monta a cavallo, non ne vuole sapere del tempo, degli appuntamenti, dell'agenda di lavoro. A casa altre chiamate oltre quella di sua moglie. E' una cavalcata piuttosto lunga questa mattina, ma se la concede senza rimproveri.
CI SONO LE NUVOLE OGGI
di Luisio Luciano Badolisani
- Ci sono nuvole oggi.
Disse lui appoggiato alla finestra. Lei annui senza alzarsi dal letto. Lui si passò una mano sulla barba non rasa da giorni e guardò con più attenzione il cielo alle prime luci del giorno.
- Devi alzarti.
La donna si coprì il capo con il lenzuolo e si girò dall’altra parte. L’uomo andò in bagno e si mise sotto la doccia. Aveva lasciato la porta aperta e il rumore dell’acqua corrente infastidiva la donna che si rigirò più volte nel letto mettendosi anche un cuscino sul capo per attenuare quel fastidio acustico. Infastidita e controvoglia si alzò e andò verso la finestra. Si accese una sigaretta e guardò fuori.
- E’ vero, ci sono nuvole oggi.
Qualche ora più tardi in una via del centro un uomo e una donna vestiti elegantemente entrarono in una banca. Nessuno si curò di loro, nemmeno la guardia che controllava gli ingressi.
- Ha visto, oggi di nuovo nuvolo.
Disse la donna all’uomo in divisa. L’uomo che non si aspettava nessuna attenzione, specie da una donna giovane ed elegantemente vestita, come quella che stava entrando in quel momento insieme un giovanotto di bell’aspetto con la barba non rasa da giorni, arrossì.
C’era coda agli sportelli, persone diverse in attesa di pagare o prelevare, tutti con un’aria piuttosto rassegnata, tranquilli e silenziosi. L’uomo e la donna appena entrati si misero in coda davanti a due sportelli diversi, ma neanche questo insospettì la guardia che guardava fuori dalle porte a vetri per vedere le nuvole.
I due si guardavano ammiccandosi dei sorrisi complici. Quando furono davanti agli sportelli chiesero del direttore, era una donna che arrivò a parlare con la sua solita cordialità con quelli che credeva dei clienti.
- Con chi parlo per prima?
- Con me.
Disse l’uomo, la donna alzò le braccia sorridendo. Quando furono nel suo ufficio e si erano sedute, l’uomo guardò la compagna che nel frattempo si era avvicinata a fare due parole con la guardia. Era il momento. L’uomo si sbottonò la camicetta. La direttrice lo guardò imbarazzata e stupita.
- Non è quello che crede…
L’uomo aveva al petto una fascia con dei strani rigonfiamenti e dal taschino della giacca tirò fuori una penna a scatto. La direttrice guardò il sorvegliante, ma lui che aveva vicino la donna la guardava già con lo stesso smarrimento e paura. Realizzò quello che stava per succedere e istintivamente fece per alzarsi. L’uomo scosse la testa.
-Forse non le conviene. La vede questa penna, basta che schiacci questo pulsantino e quello che vede dentro questa fascia insieme al resto dell’esplosivo che ha in corpo la mia donna, esploderà con un bel botto e un grande bagliore che manderà al suolo l’intero palazzo in cui questa banca si trova. Mi dica un po’, oltre alle persone che sono qui in questo momento quante altre ce ne sono negli appartamenti sopra la banca?
La donna che non aveva quarant’anni e che non si era mai trovata a dover fronteggiare una situazione di quel tipo, tremando si risedette guardandosi attorno. Era così assurdo, qualcosa di terribile stava per succedere, eppure gli impiegati continuavano a fare il loro lavoro, i clienti entravano e uscivano. Apparentemente tutto era come sempre. L’uomo si richiuse la camicetta.
- Ha visto quanto è nuvolo il cielo, oggi? A parte questo, dipende da lei se far passare questa giornata uguale a tante altre oppure trasformarla in una data memorabile.
- Lei è pazzo…
Un impiegato entrò scusandosi per far firmare delle carte e se ne uscì senza accorgersi di nulla. La donna che non si era più allontanata dalla guardia fece un sorriso al suo compagno lui la tranquillizzò con un altro sorriso.
- Cosa volete?
- Domanda stupida.
- Non abbiamo molto denaro contante in cassaforte.
- Quanto?
- Forse sessantamila euro. Almeno che non vogliate prendervi anche quello che hanno a disposizione le casse in questo momento.
- No. Nessuno deve accorgersi di niente.
- Come facciamo? Lei non può seguirmi.
- Certo, io rimango qui. Le do tre minuti dopodiché farò saltare i dispositivi.
- Non è possibile in tre minuti.
- Cinque e non di più.
- Ci proverò. Non le importa dell’eventualità che io possa chiamare soccorsi?
- Non lo farà, più alla svelta io e la mia compagna ci allontaneremo da qui e meglio è per tutti. - -- Preferisce un giorno qualunque con sessantamila euro in meno della morte certa di decine e decine di persone compresa la sua. Ce l’ha un fidanzato?
La donna non perse altro tempo, prese la sua valigetta, tolse via le carte che teneva dentro e in meno di cinque minuti tornò posando sul pavimento la borsa vicino all’uomo.
- Bene.
Disse l’uomo e si alzò tenendo la penna in mano.
- Ma non controlla? Potrei non avergli messo il denaro?
- Lo faremo appena usciti da qui. Non amo ripetermi.
Prese la borsa, strinse la mano alla direttrice salutandola con un sorriso. Uscirono dalla banca indisturbati. La guardia giurata rimase ferma dove si trovava, aveva paura che potessero fraintendere ogni sua mossa e reagire. Rimase ferma e li lasciò andare via.
Fuori pioveva. Le auto strombazzavano, i pedoni attraversano senza guardare correndo per non bagnarsi. Alla fermata dei tram che era di fronte, la gente si accalcava sotto la tettoia per proteggersi dalla pioggia battente contro vento. La coppia che aveva appena compiuto la rapina si allontanò a piedi per raggiungere un parcheggio di taxi lì vicino.
Ce n’era solo uno, lo presero. In un’altra zona della città dove il taxi si stava dirigendo era in corso una manifestazione, scontri con la polizia, i due preferirono pagare e allontanarsi a piedi.
L’uomo sentì un forte dolore alla testa improvviso, aveva avvertito un forte colpo, si accorse che stava perdendo sangue, era stato colpito da qualcosa lanciato dai manifestanti. La ferita era sotto l’orecchio, perdeva molto sangue e non bastava tamponare con un fazzoletto.
C’era lì vicino un piccolo ospedale, entrarono per farsi medicare. Mentre la donna era in attesa fuori dalla porta dell’ambulatorio dove stavano prendendosi cura del compagno, aprì la valigetta. Nella sala c’era una vecchia signora seduta in un angolo che stava leggendo una rivista. La donna aprì e richiuse la valigetta più volte, tesa in volto. Dopo qualche istante di incertezza da dentro tirò fuori un foglio. La vecchia signora la spiava, curiosa. La giovane donna scoppiò a ridere.
- Non deve avere nulla di grave suo marito se trova così divertente trovarsi qui.
Disse l'anziana.
Nel frattempo comparve sulla porta il compagno con la testa fasciata accompagnato da un infermiere.
- E’ meglio che lo porti a casa, ha perso molto sangue, ha bisogno di riposo.
Le disse l'infermiere.
Lasciò cadere sul tavolino, dove erano posate delle riviste, il foglio che aveva estratto dalla borsa e si allontanò con il marito sottobraccio ancora ridendo. L’anziana, sempre più curiosa, si alzò e andò a vedere cosa ci fosse scritto su quel foglio.
"Oggi ci sono le nuvole, non è stato previdente, non si è portato l’ombrello! "
IL MIO NOME E' GUGLIELMINO E
PORTO IL MONDO SU UN DITINO
di Luisio Luciano Badolisani
Guglielmino usava un penna a sfera non per scrivere, ma per disegnare la vita. Guglielmino aveva otto anni, aveva tre fratelli tutti più grandi di lui, un papà lontano e una madre fin troppo presente. Gugliemino se le prendeva dalla madre, tante volte a ragione e a torto. Alcune di quelle volte la madre gli chiedeva
- Perché ti picchio?
- Non lo so.
- Ah, non lo sai! - e giù altri schiaffi.
Guglielmino stava spesso al chiuso, in casa e quando sentiva arrivare la madre si spaventava, ma se aveva il fazzoletto in testa poteva stare tranquillo, al limite rischiava un rimprovero.
- Che fai qua chiuso, va fuori, va fuori, va a giocare all'aria aperta ! -Ma quelle poche volte che giocava all'aperto gli interrompeva i giochi con grida disumane.
- Vieni a casa disgraziato, che fai, farabutto?
Se per caso si trovava in una zona dove non giungeva chiara la voce, dopo non molto se la vedeva arrivare tutta aggrappata a se stessa e, guaio peggiore, senza fazzoletto in testa. Un giorno per fargli dispetto lo chiuse nel porcile. C'era un solo porco, ancora piccolino. Guglielmino stette tutto il tempo lì a guardarlo che si ingozzava.
- Porcellino ci facciamo compagnia?- gli chiese Gugliemino.
- Devo stare qui finché non viene la mamma a riprendermi.
Il bambino gli parlava senza aspettarsi per questo una risposta, parlava, perché aveva bisogno di farlo. Sfilò dalla tasca la biro che aveva sempre con sé e nell'aria, immaginando, disegnò sul capo del maialino una bellissima corona di perle, poi un mantello di colore avorio con un pellicciotto bianco attorno al collo e un grande e pendente medaglione al collo d'oro massiccio che gli cascava a terra.
- Tu sei il Re e io il tuo cavaliere.
Il mailino lo guardò per un attimo, interruppe la sua colazione e gli disse: - Spero ci sia una buona ragione per disturbare la colazione del vostro Re.
- Infatti sire c'è.
Il porco si girò su se stesso.
- Avanti, non perdete tempo dunque, dite.
- Le ghiande sire, le ghiande.
Il maiale sorrise.
- Le ghiande?
- Si…
- Le ghiande. -, disse ancora il Re stupito alquanto di sentire parlare il suo primo cavaliere di ghiande.
- L'altra notte, qualcuno ha portato via dai magazzini del castello tutte le scorte del vostre ghiande.
- Co…cosa? Le ghiande…voi mi state dicendo che non avrò più ghiande da mangiare?!
- Se non riusciremo a ritrovarle in tempo, temo proprio di si, mio signore.
Il Re si mise a girare nella stanza come un pazzo, era fuori di sé, si fermò, guardò il cavaliere.
- Noooo! - pianse.
Il cavaliere offrì le sue spalle alla disperazione reale. Il maiale si fece aiutare a sedersi e trovata una posizione più o meno stabile, guardò il suo valoroso paladino con occhi interrogativi, e smarriti. -- Mio caro Jasmir. -, così lo chiamò. Il bambino rifletté su quel nome, se fosse stato sufficientemente esotico e valoroso e se si addicesse al suo personaggio. Decise per il si. Non c'era il tempo per pensarci approfonditamente.
- Dunque, mio valoroso Jasmir. -, riprese il Re vedendolo distratto. -- …Si, mio sire.
- Avete idea di chi può essere stato?
Il cavaliere si spostò verso la finestra: spinse lo sguardo all'orizzonte.
- I topi.
- Nooooo!- urlò il porco, tale era pur essendo un re.
- Ancora loro.
- Certo, ancora loro.
- Ma che se ne fanno di ghiande, loro.
- Immagino che l'abbiano fatto per ricattare sua maestà.
Il maiale era uno spettacolo vederlo in posizione così imperiale seduto sul catino di metallo rovesciato, dentro al quale la mamma di Guglielmino gli portava da mangiare.
- Cosa possono pretendere dei miserabili topi da un maialone come me?
Guglielmino rideva, era divertito immaginando la scena.
- Sire. -, disse il cavaliere staccandosi dalla finestra con le mani dietro la schiena dirigendosi davanti al re.
- Sire, credo che vogliano pretendere il diritto di asilo in questo porcile, pardon, in questo castello.
A sentire una simile ipotesi il maiale si rizzò sul catino.
- Non penserete mica, mio valoroso cavaliere, che io possa condividere la mia mangiatoia con dei miserabili topastri.
- No, in effetti.
Il re si tranquillizzò e ritornò a sedersi.
Il ragazzino manifestava tutta la sua preoccupazione, con il capo chino si diresse verso la porta del porcile che per metà era aperta, arrivava appena con gli occhi a vedere il cortile di casa, sperando di intravedere la madre o qualcuno dei fratelli. Ma nessuno, in casa pareva non ci fosse nessuno. "Sono andati al mercato, mi hanno lasciato solo qui con questo stupido maiale.", pensò Guglielmino, che guardò la biro stretta nella mano sinistra. Tremante l'alzò putandola contro un nuvolone che sovrastava il tetto della casa. La punta della biro divenne la scintillante lama di una splendida spada che il cavaliere aveva sguainato.
- Miei valorosi paladini il Re ha bisogno di noi !
Urlò alla multiforme spugna bianca che per caso si trovò a passare sopra i tetti di quelle case, in un cielo azzurro come non mai. Era la polvere della cavalleria, giunta al richiamo delle armi. Si andava a fare la guerra ai topi.
Guglielmino si mise a saltare e correre per tutto il porcile incitando i topi a uscire allo scoperto.
- Venite fuori orribili mostri. Le nostre spade vi daranno la giusta lezione per aver osato rubare le ghiande al Re porco !
Sembrava matto tanto era paonazzo, agitato, gonfiato di rosso. Simulava combattimenti sanguinari rotolandosi su della paglia, impersonando tutta la cavalleria e facendo anche il verso dei cavalli, in quel piccolo luogo lercio, dove il maialino ci stava da dio e che adesso gli faceva paura. L'animale infatti iniziò ad agitarsi e si mise a rotolarsi su se stesso. Sembravano due povere creature perse.
Quando alcune ore dopo arrivò la madre per riportare a casa il ragazzo dovette soffermarsi alcuni istante per distinguere nell'oscurità Guglielmino dal maialino, talmente si era insudiciato. Era addormentato tra la paglia e il porcellino con il capo sotto il catino in un angolo ansimava ancora di paura. Non si era mai visto un maiale avere tanta paura. La madre non ci pensò due volte e diede al bambino alcuni dei suonanti schiaffoni.
- Sporco ! Sei proprio un maiale. Qui è il tuo posto. Ma guardati, sciagurato di un figlio. Quel disgraziato di tuo padre, se solo fosse qui…Tutto sulle mie spalle.!
Madre e figlio vivevano soli, in una piccola casetta costruita con poveri mezzi dal padre di Guglielmino prima che emigrasse a cercare fortuna in una regione lontana. Guglielmino ricordava poco del padre: i baffi, il sorriso, gli occhi celesti. Erano state rare le volte che il padre lo aveva preso in braccio, forse per questo aveva solo quel ricordo vacuo di un viso.
Guglielmino del mondo conosceva le tre stanze della casa, il piccolo orto attorno la casa, per questo quando sentiva le donne parlare dei loro uomini a lavorare in terre lontane, non aveva l’esatte percezione geografica di cosa stessero dicendo. Ma alcune parole se l’era impresse bene in mente: lavoro, miseria, pochi spiccioli per tirare avanti. Ma una delle parole che sentiva dalle donne gli era del tutto incomprensibile: emigrazione. Questa poi l’associava a una frase che le donne ripetevano sempre: l’emigrazione è la piaga di noi gente del sud. Bello sarebbe stato poi capire cosa fosse il sud. Ma era una parola che le piaceva: sud. E il nord? Quando si parlava di sud si parlava di nord. Viaggiavano sempre in coppia. Sud e Nord. Erano forse due personaggi di una storia da grandi? Una storia di quella strana cosa che gli adulti chiamavano amore. E con il tempo aveva anche imparato che dove c’era l’amore poteva esserci anche l’odio. Guglielmino associava l’amore ha un alimento appetitoso, mentre l’odio lo accostava a una pietanza riluttante. Amore, uhm, buono! Odio, bla, che schifo!
Gli capitava in uno dei suoi tanti giochi solitari ripetere alla nausea: Amore, uhm, buono! Odio, bla, che schifo!
E quel nord e quel sud nei racconti delle mamme si spaccavano in amore e odio. Buono, schifo! Ma le donne lo confondevano, alcune volte il nord era una cosa buona, altre volte una cosa schifosa e viceversa, il sud a volte era meraviglioso altre volte molto misero e solitario. Ma sud era una parola che gli piaceva. Nord gli piaceva, ma non tanto come il sud. Su questo era un pochino confuso. Di sicuro una volta sentì dalle comari che loro si trovavano dentro il sud. Allora comprese che il sud e il nord erano delle cose in cui ci si stava dentro, più tardi sviluppò questo concetto con quello di abitare. Ma l’abitare poteva anche essere un concetto di appartenenza, per questo alle cose con cui giocava diceva io sono suddista!
Guglielmino non andava ancora a scuola, all’epoca aveva meno di sei anni, ma le parole erano oggetti con cui poteva costruire tante meravigliose cose.